I disturbi dell’appetito: l’anoressia mentale

Anoressia mentale

La perdita dell’appetito, o anoressia, è un disturbo banale, che non è sempre sintomo obbligato di una affezione digestiva. Il rifiuto dei cibi: può essere parziale o totale; può interessare elettivamente una qualità di cibi, o estendersi a tutti i cibi, solidi e liquidi;

— può andare dall’anoressia banale alle anoressie gravi, dalla «mancanza di appetito» allo «sciopero della fame». Il rifiuto dei cibi è di prognosi grave a causa delle complicazioni cui può portare, ed è necessario conoscere il suo significato e il suo trattamento.
Le anoressie organiche Sono quelle legate ad un’affezione organica in corso di evoluzione. Anoressia e rifiuto elettivo di.cibi durante la gravidanza.

— Anoressia delle affezioni digestive: sia a causa di semplici gastralgie, sia nelle affezioni piú caratterizzate (gastrite ipostenica, appendicite cronica, epatiti, affezioni vescicolari, ecc.). Anoressie dei tubercolotici. Anoressie degli anemici. Anoressie legate ad una intossicazione cronica protestale (ossido di carbonio, solfuro di carbonio). Anoressie dei tossicomani (cocaina, anfetamine, alcool). Anoressie endocrine (la malattia di Simmonds e la magrezza ipofisaria di Bickel pongono dei problemi di diagnosi differenziale con l’anoressia mentale propriamente detta). Anoressia dei portatori di cancro.

Le anoressie mentali

L’anoressia mentale è la piú tipica, e dimostra nettamente l’influenza dello psichismo sul nostro appetito. La malattia colpisce l’adulto ancora giovane, piú spesso la donna che l’uomo. Una giovane dimagrisce progressivamente, dichiara di non aver fame, che già soltanto la vista o il pensiero dei cibi fa nascere in lei un disgusto invincibile. I genitori, allarmati nel vedere la loro figliola dimagrire di giorno in giorno, l’incitano a sforzarsi di mangiare e cercano in tutti i modi di prepararle cibi appetitosi e raffinati.

Ma non c’è nulla da fare. Il medico interviene e si sforza di scoprire le cause che fanno nascere questa anoressia in una giovane che era, fino a poco prima, il ritratto della salute e della gioia di vivere. Si tratta, generalmente, di un «conflitto affettivo», nato dall’opposizione tra il suo stato psicologico e quello dell’ambiente che lo circonda: la ragazza ha tenuto per sé, nel suo essere, una rivolta aggressiva, che la spinge, inconsciamente, all’autodistruzione. L’interrogatorio, la psicoterapia persuasiva ed altre terapie, praticate fuori dall’ambiente familiare nel quale vive la ragazza, potranno certamente avere ragione di questa anoressia che, abbandonata a se stessa, potrebbe concludersi, nei confronti della malata, con una cachessia mortale. Questa anoressia non è che una malattia psicosomatica, cioè la conseguenza di una violenta emozione compressa, dolorosa, penosa, e che, dai centri cerebrali ai nervi che del cervello eseguono gli ordini, altera completamente il meccanismo psicologico della fame. Non è necessario rilevare l’importanza dei nostri sentimenti, dei nostri modi di pensare e di agire sul funzionamento del nostro sistema neurovegetativo. Sappiamo tutti, del resto, come i dispiaceri gravi e duraturi, i lutti inaspettati e crudeli, le disgrazie impreviste possano distruggere il nostro fisico. Sappiamo che le depressioni nervose di ordine affettivo sono caratterizzate da un affievolimento o, piú ancora, da una specie di blocco di tutti i nostri impulsi istintivi, appetito, sessualità, esteriorizzazione sociale, lavoro intellettuale, artistico, spirituale. E, nella scala degli esseri animati, noi non siamo i soli a reagire in questo modo. Nessuno potrebbe negare, per esempio, che anche nel cane esistano tali impulsi istintivi, o che un cane possa essere colpito da una malattia psicosomatica, quando questo animale, piú di una volta, e gli esempi sono numerosi, addolorato per la morte del suo proprietario o di qualcuno che faceva parte della sua «intimità», rifiuta il cibo e qualsiasi vicinanza, e finisce con il lasciarsi morire di fame. La diminuzione dell’angoscia (il tempo come medicina), la liquidazione di questo o di quel conflitto si tradurranno in un immediato miglioramento, che porterà con sé una ripresa progressiva dell’appetito. Al di fuori di questi casi, che corrispondono ad autentiche nevrosi o a vere malattie mentali (psicosi), molte altre forme, genericamente raggruppate con il nome di «piccoli disturbi nervosi», anche se non spingono il paziente a consultale un medico, pur tuttavia hanno risonanza sul-l’appetito. È, questa, l’anoressia dei « piccoli nervosi ansiosi». In questi malati, l’appetito, come del resto tutto il ritmo del sistema nervoso, passa attraverso una curva, ideale, di «alti» e di «bassi». All’alto della curva l’appetito è eccellente, perfino esagerato (bulimia), mentre, quanto piú la curva discende, tanto piú si riduce l’appetito, sino alla sua completa scomparsa. In altri, l’appetito non esiste mai, tanto che, questi individui, si lamentano di « non conoscere la sensazione della fame ». Le cause di questa anoressia sono tante, che non possiamo nemmeno tentare, qui, di enumerarle. Dobbiamo, però, fare presente come gli errori di interpretazione di questo disturbo possano portare gli ammalati a girare in un circolo vizioso. Cioè: essi possono mantenere in se stessi il ricordo di un cibo che li ha fatti cadere malati. Essi, allora, hanno paura di questo cibo. E, quando, per un motivo o per l’altro, generalmente perché invitati e pregati da qualcuno, lo riprendono, ecco che, di nuovo, cadono malati. A questo punto, il problema da risolvere è quello di sapere se il disturbo sia dato dal cibo, non piuttosto, soltanto dalla paura per se stesso. Si scopre, cosí, una grande quantità di «falsi allergici», i quali, per una paura, puramente gratuita si privano del latte, del cioccolato, delle uova, delle fragole, dei gamberi. Essi vanno pazzi per questi cibi, «li mangiano con gli occhi» come si dice, ma non hanno il coraggio di mangiarne. In questi soggetti nervosi, il risultato è che la paura di mangiare un determinato cibo è già causa di squilibrio dell’appetito. Si comprende, allora, facilmente, come una paura, uno stato di ansietà di fronte ad un cibo possano diventare prima o poi una costellazione di ossessioni e che l’elenco dei cibi avversati o temuti possa allungarsi, mano a mano che i disturbi nervosi si aggravano. Attribuendo questi disturbi ai cibi, il malato restringerà sempre di più la sua alimentazione, aggraverà il suo stato con errori di interpretazione nel riguardo dei cibi, e si ridurrà ad essere anoressico proprio soltanto per i suoi complessi subconsci o inconsci. Si comprende, cosí, l’importanza di studiare, in un malato nervoso, le sue reazioni di fronte ai cibi. I cibi, diventati delle ossessioni, hanno perduto il loro ruolo di eccitanti delle papille gustative. Questi soggetti possono definirsi i «malinconici della tavola», negati a qualsiasi piacere gustativo. Eliminare la loro anoressia richiede uno sforzo notevole in profondità, perché è proprio nelle pieghe del loro in-conscio che bisognerà cercare e scoprire la causa di questa anoressia. Ed abbandoniamo, ora, questi nervosi ansiosi, per accostarci a coloro che godono di un equilibrio nervoso normale e domandiamoci se un individuo normale possa mancare di appetito. La risposta è, senz’altro, «no»: un individuo che non avverte la sensazione della fame è, e come tale deve essere considerato, un malato, anche se egli non sa, non avverte di essere malato. Si riscontrano questi appetiti debolissimi nei soggetti a temperamento astenico, poco resistenti alla fatica (talvolta, purtroppo, si tratta di nevrotici dal carattere pessimista, ma che non consultano il medico). Generalmente, essi sono misantropi: uno stato di rivolta, di aggressività li mette contro gli altri e contro se stessi. Essi, con le loro reazioni negative (che possono risalire alla prima infanzia) hanno soppresso, quasi per una specie di sadismo, ciò che forma il piacere di un istinto, e di questo piacere si privano. Anoressici, essi sono, spesso, per il medesimo meccanismo, dei deboli sessuali, se non, addirittura, degli impotenti. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che gli istinti sono solidali fra loro, si equilibrano gli uni gli altri, e si squilibrano un po’ tutti, appena se ne altera uno. Cosí, prima di ammettere che un individuo è nato senza appetito, bisogna fare serie riserve sul suo carattere, schiavo talvolta di alcuni complessi che hanno demolito il meccanismo dell’appetito. E non bisogna confondere questi soggetti con quelli che hanno dovuto moderare il loro appetito, al punto da renderlo tanto silenzioso da non occupare, nel loro comportamento, che un modestissimo posto. Questi soggetti, tutto spirito, hanno sublimato il loro appetito in un’altra energia psichica. Le emozioni della tavola si sono cambiate in emozioni di ordine spirituale, intellettuale, artistico, ciò che non impedisce a questi soggetti di provare emozioni di gusto raffinato in presenza di una tavola imbandita, riflesso di un senso culinario reale, esso stesso riflesso, a sua volta, di un senso artistico. E la tavola, allora, diventa una creazione artistica, capace di provocare un’emozione, una specie di piacere gioioso, che si ripercuote su tutto il sistema nervoso. Le sublimazioni perfette sono quelle raggiunte da coloro che praticano lo yoga, dagli asceti, dai santi e dai saggi, che domandano alla nutrizione soltanto il mezzo con il quale sostenere la loro vitalità, che mangiano per pura necessità, perchè vogliono dare alla loro gioia un più alto destino.

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